TRE: la famiglia vista da fuori, da dentro, da dietro e dall’alto. Intervista a ScenaMadre

TRE: la famiglia vista da fuori, da dentro, da dietro e dall’alto. Intervista a ScenaMadre

Da sempre l’universo familiare, con le sue dinamiche, crisi, intrighi e contraddizioni, è tema di indagine e ambiente di molta letteratura teatrale, da quella antica a quella contemporanea. La compagnia ligure ScenaMadre, ovvero Marta Abate e Michelangelo Frola, nel suo portare avanti un teatro che si nutre dell’interesse costante e vitale per il reale, mette in scena una famiglia come tante, con due genitori impreparati, un figlio adolescente, dialogo/assenza di dialogo, complicità/difficoltà. Ne esce una riflessione sull’universo familiare come ambiente di cui tutti facciamo esperienza, come microcosmo dove imparare la prima relazione con l’altro, come luogo a volte positivo, a volte negativo, ma indispensabile alla crescita di una persona.

La famiglia: da quale punto di vista viene osservata e messa in scena?
Abbiamo provato a osservare e mettere in scena la famiglia da fuori, da dentro, da dietro e dall’alto.
Da fuori: tutte le famiglie costruiscono un’immagine di se stesse da dare al mondo esterno, oggi più che mai con il massiccio utilizzo dei social network. Perché lo fanno? Per consolidare i propri legami di affetto e amore interni, per dimostrare qualcosa, per puro esibizionismo, famigliocentrismo, narcisismo? Questa è forse la prima domanda che ci siamo posti e che poniamo al pubblico; ci siamo anche imposti di non dare risposte, forse non riuscendoci del tutto, perché crediamo che ognuno debba pensare e maturare le proprie.
Da dentro: tutte le famiglie hanno un dentro, conscio e inconscio. Quanto sono realmente libere di svilupparlo senza condizionamenti esterni è la grande domanda. Forse molto meno di quello che pensano, perché l’economia e il neoliberismo in particolare sono arrivati molto a fondo, a livello inconscio appunto.
Da dietro: ci interessano anche e soprattutto i retroscena che le famiglie di oggi hanno. Il loro livello di conflittualità è cresciuto?
Dall’alto: in un panorama sociale e culturale ormai quasi totalmente privo di obiettivi, o con obiettivi dominati da passioni tristi (rabbia, tristezza e paura) verso cosa dovrebbe tendere una famiglia dei nostri tempi?

Cosa cercano i tre personaggi dello spettacolo?
E qui torniamo all’ultima prospettiva sopracitata (dall’alto) per azzardare a dire che forse non lo sanno proprio. Sono molto disorientati. Sentono il bisogno di qualcosa cui mirare, un obiettivo appunto, ma hanno anche una buona dose di pigrizia e tantissime distrazioni captate e dettate dal loro inconscio economico.

Da cosa nasce il vostro interesse di rappresentare il reale?
Dalla preoccupazione. Siamo assai preoccupati per il futuro. I nostri genitori, i nostri nonni ci hanno dato tanto per fare in modo che le nostre vite fossero qualitativamente migliori delle loro. Cosa potremmo lasciare noi oggi di migliore ai nostri figli? Il nostro lavoro è anche (e soprattutto) il nostro impegno per cercare di rendere la società migliore (o almeno non peggiore) di come l’abbiamo trovata. Per questo, anche nei laboratori che teniamo con bambini, ragazzi e adulti, la materia scenica sulla quale lavoriamo è sempre molto legata alla realtà.

 

Dal 2014 portate avanti un percorso di ricerca basato sul potenziale artistico/espressivo di giovani performer non professionisti. Cosa cercate in questa relazione e in questa presenza scenica?
Cerchiamo l’incontro con il pubblico. Ad un certo punto della sua carriera Peter Brook disse di aver imparato che “è più importante sviluppare una sensibilità nei confronti dell’altro e del pubblico che realizzare il proprio desiderio di esprimersi”. Ecco, questo è da un po’ di anni il nostro mantra ogniqualvolta abbiamo la fortuna e il privilegio di iniziare un qualche lavoro di natura teatrale.

Come è avvenuto in particolare l’incontro con i tre giovani performer di TRE?
Dopo “La stanza dei giochi”, lo spettacolo interamente interpretato da due bambini con cui abbiamo vinto Scenario Infanzia nel 2014, ci piaceva l’idea di provare a lavorare con attori di età un po’ più grande. Simone (25 anni) e Francesco (15 anni), rispettivamente padre e figlio della famiglia messa in scena in TRE, li abbiamo conosciuti grazie a Gli Scarti, la bellissima realtà teatrale attiva da tempo con tanti bei progetti a La Spezia, mentre con Giulia (28 anni), la madre della famiglia di TRE, siamo venuti in contatto grazie a Lisa Galantini, attrice e direttora del C.F.A. di Genova.

Come avviene la scrittura scenica e come si intreccia con il percorso pedagogico?
In genere io e Marta pensiamo e scriviamo delle bozze di scene che poi proponiamo agli attori. Dopo una fase di studio delle ipotesi (dall’interno da parte degli attori e dall’esterno da parte di noi “registi”) rielaboriamo le idee di partenza. È una rielaborazione magmatica, nel senso che proprio come il magma, non è mai ferma e solida una volta per tutte, ma sempre in continuo movimento. Del resto, la prima cosa che si deve mettere in conto quando si lavora con giovani e giovanissimi attori è che il loro modo di interpretare una scena cambierà e si evolverà rapidamente, dal momento che, spesso, è proprio il loro corpo a cambiare da una settimana all’altra.

Dopo il lockdown: il teatro, la cultura, come devono reagire e come possono contribuire a ridisegnare un nuovo mondo?
Dovrebbero cercare di fare ancora meglio di come facevano prima, perché si tratta di far tornare la voglia di “cose realmente sociali” (e non social) sia a quelli che già andavano a teatro, sia a quelli che non ci andavano perché non lo conoscevano. Secondo me è fondamentale l’incontro con il teatro. Io ho avuto la fortuna di farlo a 17 anni, perché nel liceo che frequentavo era nata da un’esperienza di laboratorio una compagnia, il Faber Teater, che oggi è un’affermata realtà professionale. Erano gli ultimi anni del secolo scorso ormai. C’è assoluto bisogno che le istituzioni e la politica capiscano l’importanza e il valore pedagogico del teatro e che le compagnie diano più importanza al lavoro di qualità nelle scuole, perché se ai giovani si fanno vedere solo lavori teatrali classici di autori lontani è molto difficile che avvenga un innamoramento, quanto semmai una vera e propria repulsione.

Raffaella Ilari