Come un fiume è la memoria. La storia di dolore e speranza di Liliana Segre. Intervista ad Antonio G. Tucci, Teatro del Krak

Come un fiume è la memoria. La storia di dolore e speranza di Liliana Segre. Intervista ad Antonio G. Tucci, Teatro del Krak

Segre come il fiume che discende i Pirenei e mette capo nell’Ebro a Mequinenza. Segre come quella famiglia di via Magenta, a Milano. Segre come Liliana Segre, una bambina quando, nel 1938, le leggi razziali fasciste si abbatterono con violenza su di lei e sulla sua famiglia e oggi testimone d’eccezione della Shoah, la più grande tragedia della Storia, come la definì il premio Nobel Elie Wiesel.

È a lei, alla sua vita e alle sue memorie che si ispira il primo spettacolo in concorso al Festival Teatrale di Resistenza: SEGRE. Come il fiume del Teatro del Krak di Ortona, nella scrittura scenica di Antonio G. Tucci e nell’interpretazione di Alberta Cipriani.

Lo spettacolo è tratto dai testi La memoria rende liberi. La vita interrotta di una bambina nella Shoah di Enrico Mentana e Liliana Segre e Fino a quando la mia stella brillerà scritto sempre della Segre con Daniela Palumbo. Come si è intrecciato il lavoro sui testi con la testimonianza viva di Liliana Segre avvenuta peraltro proprio di persona?
L’incontro con la senatrice Liliana Segre, avvenuto nel mese di ottobre del 2017 nella sua casa milanese, è stato prezioso per definire la drammaturgia e la messa in scena per uno spettacolo dedicato al suo racconto. La lettura dei suoi libri così come la visione delle sue narrazioni, reperibili dalla Rete, hanno consentito di avere un’idea molto chiara della sua esperienza di bambina nelle leggi razziali italiane, della deportazione ad Auschwitz e, infine, del difficile e tormentato ritorno alla normalità dopo la liberazione e il rientro in Italia. Pur tuttavia, negli spigoli e nei bordi di una vicenda personale che incrocia e si sovrappone a quella collettivamente più ampia e drammatica della Shoah, era necessario avere conferme, precisazioni, messe a punto e correzioni da chi l’aveva vissuta in prima persona e ne è diventata testimone lucida e attenta. Inoltre, come in ogni incontro tra persone, c’è quel dialogo fatto di sguardi, espressioni, gesti e anche improvvisi silenzi che rivelano un “non detto”, un “qualcosa” che si cela e la cui percezione consente di avere una vicinanza ancora più forte ed intensa con la storia che viene raccontata e che è destinata a diventare narrazione scenica con le sue consapevolezze e le emozioni che deve riuscire a suscitare.

“Una ragazza difficile”, si definisce la Segre. Perché e che ritratto ne esce?
Non è quel “difficulté d’être”, ossia quel difficoltoso d’essere nel quale si dimentica di essere in pace con se stessi e non sembra dignitoso essere contenti di sé e della propria vita. È qualcos’altro! Nasce da un evento orribile della Storia e, continuamente, alimenta il disagio e la fragilità di un’adolescente che non riesce a trovare la relazione con un mondo che desidera dimenticare le tragedie della guerra e dal quale non si sente compresa e considerata. Liliana sente, e teme, di essere totalmente risucchiata dal vissuto di Auschwitz così intriso di avvenimenti irreparabili e, per i quali, non esiste alcun metro familiare che possa aiutarla a ritrovare un equilibrio e una propria, personale serenità. Soltanto l’amore del marito Alfredo e dei tre figli le restituiranno le motivazioni alla vita, rimanendo fedele al presente concreto. Il racconto della Segre ci pone davanti al travaglio dei sopravvissuti tornati dai campi di sterminio, un’esperienza che segnerà per sempre le loro esistenze.

Liliana Segre vi ha dato consigli, spunti, stimoli utili non solo alla messinscena dello spettacolo ma anche a come tenere viva la memoria della Shoah?
Da diversi anni la senatrice Segre è impegnata a tramandare la memoria della Shoah, un “aedo” del nostro tempo che ci sollecita a “non dimenticare” in modo che l’orrore non si rinnovi ancora una volta. Tutte le iniziative rivolte a questo scopo sono necessarie, importanti purché non si riducano ad occasioni meramente celebrative o di ricorrenza. Su un punto abbiamo concordato: ricordare la Shoah costituisce una straordinaria opportunità per promuovere un percorso educativo a favore dei valori universali della dignità e del rispetto della Persona, soprattutto per le giovani generazioni. Rafforzare questo aspetto significa rendere la memoria della Shoah non fine a se stessa ma “attiva”, capace di generare azioni positive che impediscano il ripetersi degli episodi di intolleranza e razzismo purtroppo presenti nella cronaca di ogni giorno.

 

La Segre ha avuto modo di vedere lo spettacolo?
Purtroppo la senatrice Segre, per i suoi impegni istituzionali, non ha ancora avuto la possibilità di assistere “dal vivo” allo spettacolo ma ha visto il video integrale di una sua replica che ha pienamente condiviso rimanendo coinvolta emotivamente. Ci ha espresso il suo convinto apprezzamento, sollecitandoci a rappresentare lo spettacolo soprattutto al pubblico scolastico.

Lo spettacolo infatti è stato presentato non solo a teatro ma anche nelle scuole. Come è stato accolto dai più giovani?
Lo spettacolo è stato replicato per gli studenti appartenenti a numerose scuole degli Istituti secondari del nostro territorio che hanno reagito con grande interesse e commozione. Più di una classe, dopo la visione dello spettacolo, ha approfondito l’argomento a scuola leggendo i testi di Liliana Segre ed assistendo ad i suoi incontri online, in più di una circostanza hanno prodotto degli elaborati chiedendoci di inviarli alla senatrice che ha molto gradito l’iniziativa.

Perchè il titolo “Come il fiume”?
Il nostro racconto si dipana toccando i tanti nomi che hanno attraversato la vicenda umana di Liliana e che l’attrice Alberta Cipriani scrive e disegna sulla grande lavagna presente in scena a cominciare proprio da quello della senatrice: Segre. Segre è il nome di un fiume spagnolo e Liliana pensa che la sua famiglia provenga dalla penisola iberica a seguito dell’espulsione imposta nel 1492 dai reali di Spagna a tutti gli ebrei che non intendevano convertirsi alla religione cattolica. Un racconto che fluisce come un fiume che, tra balzi ed argini, porta con se una storia di dolore e di speranza.

“Erede della memoria è colui che ascolta”: quale narrazione deve tenere il teatro per essere ascoltato?
Prima di tutto che sia una narrazione che abbia l’attenzione di porsi con grande rispetto di fronte alla storia che intende tradurre in scena, senza travalicarla né contraddirla. Un riguardo e una cura per ogni parola detta e per ogni gesto agito, essendo consapevoli della grande capacità evocativa che sono in grado di suscitare nello spettatore. Essere consci che dietro ogni racconto c’è la donna o l’uomo che l’ha vissuto e, dunque, è necessario porsi sulla scena con spirito di servizio così da renderlo testimonianza viva e autentica di un vissuto personale o collettivo.

Dopo il lockdown: il teatro, la cultura, come devono reagire e come possono contribuire a ridisegnare un nuovo mondo?
L’emergenza pandemica prima e poi quella economica che si sta manifestando hanno fatto emergere quanto la salute, l’istruzione, la sfera familiare, l’ambiente, l’arte, i doveri civici siano necessari e quanto siano stati trascurati negli ultimi anni. Tra questi, la promozione culturale riesce a permearli tutti, essendo espressione di conoscenza e bellezza e migliorare, così, le nostre comunità. Il sistema teatrale italiano sta risentendo oltremisura della crisi in atto manifestando debolezze e contraddizioni congenite e, spesso, sedimentate. Eppure il teatro rimane una risorsa imprescindibile non soltanto come manifestazione artistica ma anche come aggregatore sociale e cura del benessere della persona. Penso alle tante attività teatrali svolte in campo educativo, a favore della disabilità fisica e psichica, alle molteplici esperienze maturate dall’animazione teatrale nel carcere, nelle periferie, con gli anziani e nei luoghi di emergenza della cooperazione internazionale per dare voce alla propria creatività, ai propri vissuti, ai propri interessi e bisogni. Nelle difficoltà del post lockdown il teatro, nelle sue diverse pratiche, può offrire un contributo di rilievo e qualificato grazie ad artisti ed operatori partecipi ed appassionati. Ma deve essere messo in condizioni di farlo: occorrono maggiori risorse e meglio distribuite, un accesso più efficace ai fondi europei, un sostegno nei confronti della creazione di reti e di iniziative sinergiche, una nuova legge che riformi il settore favorendo le professionalità e le competenze.

Raffaella Ilari